cibo & disturbi alimentari

Dimagrire? Ecco le tre ragioni che lo rendono difficile

La difficoltà ad abbandonare le vecchie abitudini, a insistere nonostante l’assenza di risultati immediati e a tenere alta la motivazione: ecco perché, spesso, perfino le migliori diete non funzionano.

diete perchè non funzionano

Il cibo, su tanti, ha lo stesso effetto di una calamita. Risultato: i chili di troppo. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si stima che in Italia circa il 30% della popolazione sia in sovrappeso, per la precisione il 40% degli uomini e il 25% delle donne, mentre quasi il 10% è obesa, cioè ha un indice di massa corporea superiore a 30.

Questi numeri raccontano di un fenomeno diffuso e preoccupante. Sovrappeso e obesità, infatti, prima di essere una questione estetica rappresentano un rischio per la salute, correlandosi a patologie cardiovascolari, al diabete di tipo 2, al cancro dello stomaco, del fegato e della tiroide.

Forse anche grazie alla dieta mediterranea, i dati italiani sono comunque migliori di quelli del resto dell’Europa. Nel Regno Unito la percentuale di popolazione sovrappeso arriva al 60%, in Germania addirittura al 65%. Due persone su tre.

Negli Stati Uniti quaranta persone su cento sono obese e solo trentaquattro hanno un peso entro la norma.

Fra l’altro, ormai, il sovrappeso non è nemmeno più solo un problema dell’Occidente industrializzato. Si riscontra, per esempio, anche nelle aree povere del Sud America per via dell’eccessivo consumo di cibi grassi e industriali, a basso costo.

La teoria del set-point metabolico

I chili di troppo, si sa, sono una condizione dovuta a una concomitanza di cause.

Innanzitutto al metabolismo che, almeno in parte, è sotto il controllo dei geni: fin dalla nascita alcuni sono più predisposti di altri a ingrassare. Ma i geni, da soli, non determinato il peso. Le abitudini, soprattutto nei primi anni di vita, hanno un effetto rilevante sulla “costituzione”, per esempio nell’indurre l’ispessimento di depositi adiposi in questa o quella regione del corpo, e nell’influenzare il metabolismo. In effetti, chi è in sovrappeso dall’infanzia fatica di più a rimettersi in forma da adulto.

Secondo la teoria del set-point metabolico, ciascuno di noi ha un “peso ideale” attorno al quale tende a rimanere o tornare. Il metabolismo di un individuo con un set-point di 80 chili agirà in modo che quel peso sia preservato. Come?

Se, in passato, ti sei sottoposto a una dieta avrai notato che smaltire i primi chili non è difficile come perdere i successivi. Ciò accade perché il tuo corpo reagisce alla riduzione di apporto calorico regolando per difetto il proprio dispendio energetico. In altre parole, si adatta per evitare che tu perda troppo peso.

Una condanna, penserai. Ma è la natura: nella preistoria i nostri antenati non godevano dell’odierna sovrabbondanza di cibo. La specie homo si è evoluta in un mondo in cui nessun pasto era garantito.

Così, a fronte di ricorrenti e imprevedibili carestie, rallentare il metabolismo per consumare meno deve essere stata un’efficacissima arma di sopravvivenza.

Questo significa che gli sforzi per seguire le diete sono destinati a fallire? Certamente no. La forma fisica è pur sempre una conseguenza dello stile di vita. Una sistematica corretta alimentazione, inoltre, alla lunga modifica il set-point. Ma questo richiede doti non proprio comuni di disciplina e pazienza.

Ecco, allora, l’ininterrotto fiorire di diete che promettono risultati rapidi: quelle basate sul gruppo sanguigno, sugli orari giornalieri e sul metabolismo, sull’abolizione di questo o quell’alimento. Alcune davvero poco salubri.

Ecco perché anche le migliori diete possono fallire… e qualche consiglio per evitarlo

Ti stai chiedendo perché, nonostante ti sia fatto assistere da vari dietologi e ti sia applicato con le migliori intenzioni, il tuo peso abbia sempre fatto lo stesso saliscendi di uno yo-yo? Di seguito approfondiremo le 3 principali ragioni.

1 Se ti privi di qualcosa, lo desidererai di più. I dietologi, oggi, propongono piani di dimagrimento che limitino al minimo lo stimolo della fame e che aboliscano pochi o nessun alimento. Insomma, che ti facciano perdere peso senza che tu ti senta “a pane e acqua”, torturato da continui sacrifici.

Ma ogni vera dieta dimagrante prevede una restrizione: è una legge della fisica, per perdere peso devi assumere meno di quanto consumi. Soprattutto all’inizio della dieta, allora, è inevitabile sentire, almeno un po’, fame. Che è sgradevole: ti martella nello stomaco, ti riempie la mente di pensieri sul cibo. E può farti perdere il controllo.

A questo si deve aggiungere che autoproibendoti qualcosa che desideri o al quale sei abituato, almeno all’inizio trascorrerai più tempo a pensarci.

Un’antica parabola zen spiega alla perfezione questa verità, che non riguarda solo il cibo ma tutto ciò che è desiderabile: due monaci, passeggiando lungo un fiume, notano una giovane donna che vorrebbe attraversarlo, in difficoltà per via della forte corrente. Uno dei due si offre di aiutarla portandola, sulle spalle, all’altra riva. Poi, assieme al compagno prosegue, in silenzio, il cammino verso il monastero. Infine, però, quest’ultimo sbotta: “Come hai potuto fare una cosa simile? Noi non dovremmo avere alcun rapporto con le donne, figuriamoci portarne una sulle spalle!”.

L’altro gli risponde: “Io ho lasciato quella donna tempo fa, sulla sponda del fiume. Tu la stai ancora portando con te”.

Astenerti dal dolcetto o da qualche forchettata aggiuntiva di pasta rende più probabile che, alla lunga, tu ceda alla tentazione. Trasgredire, a sua volta, genera afflizione e cattivi giudizi su te stesso, minandoti la volontà di rimetterti in carreggiata.

Un antidoto può essere abituarsi a considerare un orizzonte temporale ampio, che non si limiti alla soddisfazione di bisogni passeggeri: “quali ripercussioni avrà questo mio comportamento, su di me, da qui a un mese?”. Chieditelo, prima di sederti a tavola, tenendo presente ciò che vuoi ottenere a lungo termine. Così facendo modererai l’impulsività.

Ma pensare a lungo termine richiede motivazione e non è semplice preservarla, giorno dopo giorno. Questo manda a monte i tentativi, pur se fruttuosi: la dieta è a regime, stai perdendo chili ma poi, misteriosamente, la motivazione ti abbandona ed entro qualche settimana ricominci con i vecchi comportamenti. Perché? Continua a leggere.

2 Se intraprendi una dieta per motivi deboli, la tua motivazione sarà debole. Le diete efficaci assomigliano più a maratone che a corse di velocità. Senza una determinazione duratura sono destinate a fallire. Di solito, chi decide di intraprenderne una è convinto di farlo per migliorare il rapporto con se stesso. Ma la vera ragione, spesso, è un’altra: dimagrire equivale ad avere un migliore aspetto fisico, il quale è un mezzo per ricevere attenzioni, lodi, ammirazione. In realtà, quindi, perdere peso ha a che fare con il sentirsi bene “sotto i riflettori”.

Anche se può non sembrare, questa purtroppo è una ragione debole. Una dieta è efficace se induce nuove abitudini, cioè un cambiamento autentico, stimolato da una scelta spontanea e deliberata, basata su valori e non su bisogni o sentimenti momentanei. L’approvazione sociale e il senso d’inadeguatezza possono spingerti a voler perdere chili. Ma le azioni che ne seguiranno saranno ondivaghe quanto le emozioni che le hanno generate.

La dieta non dovrebbe essere composta di obiettivi generici, come “dimagrire”. Ma di tappe concrete e misurabili: quanto peso vuoi perdere? In quanto tempo? Il supporto del dietologo serve a questo, a mostrarti come perdere peso in modo sano e sostenibile.

Il perché, invece, per essere valido deve venire da te. Oltre alle innegabili ripercussioni positive sul tuo aspetto fisico, c’è un motivo che non riguardi conseguenze sociali positive, il volere e i desideri altrui, per il quale vorresti dimagrire?

Puoi davvero rimetterti in forma, e restarci, solo se ti accorgi che le tue vecchie abitudini sono incompatibili con qualcosa in cui credi fortemente. Solo questo può motivarti a sopportare le inevitabili privazioni che uno stile alimentare sano presuppone.

Ma la motivazione è anche un fatto emotivo. Sei sicuro che il modo in cui affronti i tuoi stati d’animo sia, in effetti, d’aiuto? Continua a leggere.

3 Se per te il cibo ha una funzione calmante o rassicurante, la dieta ti priverà di un mezzo di controllo sulle emozioni. La funzione psicologica del cibo è spesso sottovalutata da dietologi e nutrizionisti, a volte ignorata, ma è una delle principali ragioni per le quali i risultati non arrivano o non si stabilizzano.

Mangi per lenire la rabbia o la tristezza? Lo stress? Oppure quando ti annoi? Ebbene, significa che utilizzi il cibo per regolare le emozioni.

Il rapporto fra cibo, motivazione ed emozioni è davvero complesso. Alimentarsi, infatti, non significa soltanto sopravvivere: è autogratificazione, piacere. Aiuta a sentirsi meglio o, almeno, a distrarsi dagli stati d’animo sgraditi, ad alleggerire le opprimenti preoccupazioni sul futuro.

Naturalmente, l’effetto benefico è limitato. Dopo, ti ritrovi sotto una grandinata di autocritiche per non essere stato capace di trattenerti.

Quale atteggiamento hai nei confronti delle emozioni sgradite? Fai di tutto per rimuoverle, per non entrarvi in contatto non sapendo come affrontarle? Forse è per questo che utilizzi il cibo. Purtroppo però, così rischi di perdere il controllo sul mezzo di controllo.

Intraprendendo una dieta ti privi di un mezzo che, per quanto inefficace, ti è famigliare. Esagerando un po’, si può dire che è come se restassi sul campo di battaglia senza l’unica arma in tuo possesso: non sorprenderti se sei tentato di battere in ritirata.

Che fare, allora? Sembra paradossale ma per regolare le emozioni è meglio assumere l’atteggiamento opposto; restarvi in contatto con il solo intento di farne esperienza, senza provare a modificarle, sopprimerle, evitarle, “guarirle”.

L’assunto di base è che le emozioni sono eventi naturali, non malattie, né un pericolo. Se ti sembrano tali è perché, quando fanno capolino, ti allarmi, ti opponi, ti chiudi. Ti difendi come se fossi di fronte a una belva, consolidando così la convinzione di doverle evitare a ogni costo.

Prova un’alternativa. La prossima volta che un’emozione ti indurrà a dirigerti verso il frigorifero, mettiti a sedere comodo e chiudi gli occhi. Concentrati sul tuo respiro, segui il flusso d’aria che ti entra in bocca e che scende fino ai polmoni. Seguilo mentre risale ed esce.

Subirai ben presto interferenze dalla parte scettica della tua mente, che cercherà di persuaderti che l’esercizio è inefficace, un’inutile spreco di tempo, mentre un’altra parte, quella abitudinaria, ti suggerirà che l’unica soluzione sia mangiare. Continua l’esercizio.

Resta concentrato sul respiro per un minuto ancora. Poi, sposta l’attenzione sul resto del corpo. Sulle gambe, sulle braccia, sulle spalle… Avverti un peso allo stomaco? Un nodo alla gola? Evita, se puoi, di giudicarlo; abbandona il proposito di scacciarlo, di sopprimerlo. Soltanto, osserva. Familiarizza. Le emozioni non si lasciano conoscere direttamente, ma puoi comunque entrarvi in contatto attraverso gli effetti tangibili che esse hanno su di te. Puoi farne esperienza in modo libero, una volta tanto.

Allora, potresti accorgerti che non c’è fretta di mandarle via e, soprattutto, che non sei costretto a mangiare per farlo.

© Gabriele Calderone, riproduzione riservata. Seguimi su Instagram @_il_dito_e_la_luna_

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