cibo & disturbi alimentari

Gli effetti negativi delle diete eccessive: il Minnesota Study

Le diete eccessivamente ipocaloriche causano sbalzi d'umore, irritabilità, difficoltà d'attenzione e aumento delle preoccupazioni legate al cibo.

effetti negativi delle diete

Oltre al sottopeso e, spesso, alla vera e propria denutrizione, ciò che contraddistingue le pazienti anoressiche è la propensione a pensare in termini ossessivi al cibo e alle proprie forme corporee. Anzi, pensieri di natura ossessiva sembrerebbero proprio alla base della decisione di seguire un’alimentazione restrittiva. Ma è realistico limitare la genesi di un disturbo complesso come l’Anoressia Nervosa a un così semplice rapporto di causa-effetto?

Fra il 1944 e il 1945, un gruppo di cinque ricercatori dell’Università del Minnesota condusse un esperimento con l’obiettivo di definire quale fosse il modo migliore per rialimentare le popolazioni del vecchio continente sopravvissute alla Seconda Guerra Mondiale, ormai quasi giunta al termine. Come spesso accade, però, l’esperimento del Minnesota finì per inaugurare un filone di ricerche di tutt’altra natura, dimostrando gli effetti sul fisico e sulla psiche dei regimi alimentari insufficienti.

Keys, Brozek, Henschel, Mickelsen e Taylor, responsabili della ricerca, reclutarono 100 giovani uomini volontari d’età compresa fra i 22 e i 33 anni e, dopo una valutazione ad ampio spettro, scelsero i 36 con una migliore condizione fisica, un più affidabile equilibrio psicologico e una maggiore resistenza allo stress. L'esperimento si protrasse per poco meno di un anno ed era diviso in tre parti.

La prima fase era di tipo osservativo ed ebbe una durata di 12 settimane. In questo lasso di tempo i 36 soggetti furono lasciati liberi di cibarsi a piacimento, mentre i ricercatori ne annotavano le abitudini alimentari e il comportamento sociale.

Nella seconda fase, per 24 settimane il gruppo fu sottoposto a una dieta restrittiva regolata dai ricercatori e mai superiore alle 1600 calorie quotidiane che, si supponeva, fossero all’incirca quelle disponibili nelle regioni geografiche colpite da carestia a seguito del conflitto mondiale. Poiché un adeguato apporto calorico giornaliero di uomini fra i 22 e i 33 anni è di circa 800 calorie in più, in questa fase il peso dei 36 uomini si ridusse. In media, del 25%. Ciò significa che un soggetto con un peso iniziale di 70 chili, al termine delle 24 settimane giungeva a pesarne circa 52.

Nella terza e ultima fase fu condotto un intervento nutrizionale riabilitativo sul gruppo sperimentale. La durata prevista era di 12 settimane, periodo in cui i soggetti furono sottoposti a dieta ipercalorica.

«Le diete troppo restrittive o sbilanciate sono responsabili delle ossessioni sul cibo e dei comportamenti alimentari disfunzionali»

Dei 36 soggetti, quattro non terminarono la seconda fase, ritirandosi in anticipo. Sui restanti 32 gli studiosi notarono qualcosa d’imprevisto. Il lungo periodo di dieta insufficiente aveva prodotto marcate modificazioni del comportamento, dell’affettività e del modo di intrattenere i rapporti sociali.

In seguito, studiosi occupati nella cura dei disturbi alimentari si resero conto che le manifestazioni cliniche dei partecipanti allo studio del Minnesota erano simili a quelle osservabili nelle pazienti anoressiche, una constatazione che modificò il modo di concepire l’Anoressia Nervosa. Senza volerlo, infatti, Keys e collaboratori avevano dimostrato che molti sintomi del disturbo non sono altro che la conseguenza della rigida restrizione alimentare a cui le pazienti che ne soffrono decidono di sottoporsi.

In questa pagina descriveremo i risultati del Minnesota Study. In particolare, discuteremo gli effetti che la dieta ipocalorica ebbe sulla psiche, sul comportamento, sul fisico e sulle interazioni sociali dei soggetti che vi si sottoposero.

Gli effetti psicologici delle diete troppo restrittive

Con il trascorrere delle settimane di dieta forzata, in modo sempre più evidente, Keys e collaboratori notarono le seguenti modificazioni sull’affettività e sulle cognizioni di tutti i partecipanti.

  1. Alterazioni nella concentrazione e nella vigilanza. I soggetti avevano difficoltà a fissare e sostenere l’attenzione e, quindi, a memorizzare nuove informazioni.
  2. Un aumento delle preoccupazioni legate al cibo e all'alimentazione, che finiva per diventare il loro pensiero dominante sia per frequenza, sia per intensità.
  3. Sbalzi d’umore, disforia seguita da momenti di euforia. Per disforia s’intende l’abbassamento transitorio dell’umore, uno stato complesso che può manifestarsi con demotivazione, senso di vuoto, d’impotenza e di disperazione. Per euforia s’intende, invece, un eccitamento simile a quello ipomaniacale, tipico dei disturbi bipolari.
  4. Accresciuta irritabilità, momenti d’ansia e di tensione, interpretabili come effetti collaterali dell’alterazione dell’umore descritta al punto precedente.
  5. Cambiamenti transitori di alcuni tratti di personalità, accertati tramite gli alti punteggi alle scale D-Depressione, Hy-Isteria e Hs-Ipocondria del test MMPI, Minnesota Multiphasic Personality Inventory.
  6. Diminuzione dell'interesse sessuale e delle fantasie erotiche, che si traduceva in una minore motivazione all’attività sessuale.

Gli effetti comportamentali delle diete troppo restrittive

Oltre agli effetti psicologici, Keys e collaboratori osservarono le seguenti alterazioni del comportamento, alcune delle quali perdurarono ben oltre il periodo di restrizione alimentare.

  1. Molti dei partecipanti avevano sviluppato veri e propri rituali. Per esempio, si erano abituati a sminuzzare il cibo e a mangiarlo lentamente, fino a impiegare due ore per singolo pasto.
  2. Il consumo di bevande calde, soprattutto tè e caffè, era aumentato in modo considerevole. Allo stesso modo era salito il consumo di tabacco.
  3. In molti era nato un particolare interesse per i libri di cucina e per le ricette e alcuni avevano preso l’abitudine di collezionarle in modo compulsivo.
  4. La frequenza di episodi di alimentazione incontrollata, o bulimici, era aumentata.

Gli effetti fisici delle diete troppo restrittive

Il periodo di restrizione alimentare, oltre a produrre alterazioni sulla psiche e sul comportamento dei partecipanti, ebbe conseguenze somatiche di rilievo. Alcune in particolare possono essere riferite alla diminuzione del metabolismo, una conseguenza oggi ben nota delle prolungate diete ipocaloriche.

  1. Disturbi del sonno, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno per l’intera durata della notte.
  2. Disturbi gastrointestinali, fra cui digestione rallentata o problematica.
  3. Cefalee.
  4. Ipotermia e diminuita tolleranza al freddo.
  5. Bradicardia, una riduzione della frequenza cardiaca fino al 40% dei valori attesi.
  6. Calo della frequenza respiratoria.
  7. Precoce senso di sazietà durante i pasti, stomaco “chiuso”, inappetenza.
  8. Ipersensibilità agli stimoli sensoriali, fra cui i rumori e la luce.
  9. Vertigini, capogiri, sensazioni di sbandamento, derealizzazione.
  10. Senso diffuso di debolezza e mancanza di energie.

Gli effetti sociali delle diete troppo restrittive

Infine, furono evidenti effetti sulle interazioni sociali, fra cui:

  1. Il peggioramento delle relazioni interpersonali, forse anche dovuto all’aumentata irritabilità e alla rabbia, due conseguenze dell’alterazione del tono dell’umore, descritta in precedenza.
  2. Il peggioramento del senso d’inadeguatezza, che contribuiva all’aumentata propensione all’isolamento manifestata, reciprocamente, dai soggetti.

Il Minnesota Study e i sintomi dell'Anoressia Nervosa

Al pari dei partecipanti all’esperimento, con l’aggravarsi del quadro clinico anche le pazienti anoressiche incorrono nella disforia e in altre alterazioni dell’umore, nei problemi d’attenzione e nell’aumento delle preoccupazioni legate al cibo. Molte di loro si appassionano alla cucina e al nutrizionismo e sono solite sviluppare compulsioni alimentari, sia nel modo in cui preparano il cibo, sia nel modo di mangiarlo. Riferiscono un senso generale di debolezza e di mancanza d’energie e sono evidenti i sintomi da diminuito metabolismo, fra cui l’ipotermia.

Proprio come avviene durante il trattamento dell'Anoressia Nervosa, inoltre, anche i partecipanti all'esperimento avevano indicato il periodo di riabilitazione come ancora più duro di quello di restrizione forzata. I motivi sono numerosi ma uno è senz’altro il precoce senso di sazietà indotto dalla prolungata dieta ipocalorica, che rende difficile la sovralimentazione necessaria per recuperare peso.

Comunque, nella fase “ricostituente” dell’esperimento del Minnesota alcuni sintomi erano presto scomparsi. Fra di essi citiamo le vertigini e l'appiattimento dell'umore. Altri, come il senso di stanchezza, impiegarono alcune settimane. Altri ancora, al contrario, si manifestarono per oltre 3 mesi e si rivelarono i più complicati da trattare. Fra questi citiamo l’aumentata frequenza di pensieri ossessivi sul cibo. Un piccolo numero di soggetti, infine, andò incontro a obesità, forse anche per effetto della sregolazione delle condotte alimentari appresa durante il periodo di dieta forzata e non ben gestita quando, in seguito, era arrivato il momento di tornare al peso originario.

Nel corso dei 5 mesi successivi all’esperimento, in ogni modo, la maggior parte di loro aveva recuperato le abitudini e il peso corporeo abituali.

Come accennato in apertura, le manifestazioni cliniche osservate dai ricercatori dello Studio del Minnesota sono simili a quelle che si verificano nell'Anoressia Nervosa, tanto da far pensare che molti sintomi che accompagnano questo disturbo siano la semplice conseguenza della dieta insufficiente. Lo Studio del Minnesota dimostra come la sola restrizione alimentare prolungata, anche in soggetti in perfetta salute, possa produrre sintomi psicofisici di notevole entità, in grado di ostacolare i successivi tentativi di recuperare abitudini adeguate.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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