cibo & disturbi alimentari

Perfezionismo, bassa autostima e intolleranza alle emozioni: le caratteristiche più comuni delle pazienti anoressiche

Il perfezionismo, la bassa autostima e la scarsa abilità di regolare le emozioni espongono a un maggior rischio di sviluppare l'Anoressia Nervosa.

caratteristiche psicologiche delle persone anoressiche

Quando si parla di personalità delle pazienti anoressiche ci si riferisce a caratteristiche cognitive ed emotive che sembrano accomunarle e che influenzano non solo il loro rapporto con il cibo, ma anche altri aspetti della vita, comprese le scelte scolastiche e professionali.

Una delle caratteristiche principali, se non la principale, di chi soffre d’anoressia, è il bisogno di controllo. Questo aspetto si traduce in tre conseguenze. La prima è l’esame minuzioso e inflessibile di tutto ciò che mangiano. Le pazienti anoressiche conoscono l’apporto calorico e nutritivo di qualsiasi alimento e, spesso, ricordano a memoria le calorie dei singoli prodotti, distinguendo marca per marca.

La seconda sono le aspettative che proiettano sul loro corpo. Le pazienti anoressiche controllano gli effetti delle restrizioni alimentari servendosi della bilancia e dello specchio, valutano con lo spirito critico di un giudice qualsiasi cambiamento intervenuto e prestano uno spietato occhio di riguardo alle parti di sé che reputano difettose. Ciò le rende cronicamente insoddisfatte della propria forma fisica.

La terza è il pensiero ossessivo. Le pazienti anoressiche rimuginano sul loro valore, sul confronto con gli altri e su ciò che potrebbero fare per apparire migliori. Sono ossessionate dalla possibilità di ricevere una critica o un rifiuto e temono il momento in cui non riusciranno più a evitarli.

Il bisogno di controllo, tuttavia, non è il loro unico tratto caratteristico. Di seguito vediamo di quali altri tratti si configura la loro personalità.

Marcato perfezionismo

I perfezionisti sono persone abituate a pretendere da se stesse performance di alto livello, anche quando la situazione non lo richiederebbe. Se impongono lo stesso standard anche agli altri, spesso trovano difficile collaborare in gruppo, sia in ambito professionale sia, nel caso dei più giovani, nelle attività scolastiche o nei lavori di gruppo all’università. Se, invece, applicano il cosiddetto doppio standard, sono indulgenti con gli altri ma ferrei con se stessi. In ogni modo, questo atteggiamento favorisce un pensiero centrato sulla critica e sul giudizio.

Nelle pazienti che soffrono d’anoressia è tipico riscontrare perfezionismo ed è per questo che, spesso, sono state o sono studentesse eccezionali. Come prevedibile, però, queste pazienti applicano lo stesso ideale anche alla propria forma corporea e, di conseguenza, al controllo dell'alimentazione. Contare le calorie, pesare il cibo, selezionare o scartare alimenti in base alla presenza o all’assenza di determinati nutrienti sono le conseguenze di questa predisposizione.

Le pazienti anoressiche mal tollerano la violazione delle numerose norme autoimposte e, quando ciò accade, si colpevolizzano e si sviliscono. Lo fanno, per esempio, quando non riescono a trattenersi dal mangiare un cibo troppo grasso o zuccherino, oppure quando giudicano eccessiva la quantità di un pasto consumato.

Il marcato perfezionismo contribuisce ad aggravare il disturbo alimentare e, al contempo, peggiora la prognosi. Nel contesto della psicoterapia, per esempio, anche qualora la paziente arrivi a comprendere la necessità di modificare le proprie regole alimentari disfunzionali, esso può fare da ostacolo al cambiamento o meglio, far sì che i risultati positivi raggiunti siano sottovalutati o minimizzati.

Riassumendo, il perfezionismo patologico nelle pazienti anoressiche si manifesta:

  1. Nella presenza di standard elevati che, pur essendo irrealistici, sono ritenuti veri e giusti e quindi inseguiti anche a costo di enormi sofferenze.
  2. Nell’attenzione selettiva agli errori commessi e nel considerare sempre insufficiente il controllo sull’alimentazione e sulla propria forma fisica.
  3. Nella tendenza al pensiero dicotomico, cioè a valutare le situazioni, gli altri e se stesse in un modo “del tutto bianco o del tutto nero”. Per questa ragione, ogni violazione delle norme alimentari autoimposte è vissuta come un completo fallimento.
  4. Nel credere che le figure di riferimento abbiano aspettative elevate. Talvolta i genitori delle pazienti anoressiche hanno, davvero, standard severi. Spesso però, queste pazienti imputano loro aspettative più elevate di quanto in realtà non abbiano e credono che, disattendendole, ne perderanno la stima.
  5. Nel timore delle critiche. Le pazienti anoressiche hanno un estremo timore del giudizio ed è, questo, un tema collegato con il precedente perché riguarda le aspettative altrui. Lo sforzo di raggiungere la perfezione nelle condotte e nell’apparenza fisica è anche un vano tentativo di diminuire il rischio di ricevere critiche negative.

Bassa autostima e senso d’inadeguatezza

L'autostima può essere definita come l'attribuzione di valore che ciascuno dà a se stesso. A un’attribuzione di segno negativo corrisponderanno sentimenti d’inadeguatezza, di tristezza, di rabbia e d’impotenza. A una positiva, invece, corrisponderanno serenità, sicurezza di sé e autoaccettazione. Soprattutto se riferito all’Anoressia Nervosa, tuttavia, ciò che rende importante il tema dell’autostima non è tanto il fatto che essa sia il risultato dell’autoattribuzione di valore, quanto che sia collegata al concetto d’amabilità. Il marcato senso di deprivazione emotiva e di solitudine delle pazienti anoressiche può essere letto sotto questa luce e, in effetti, molto spesso sembra che esse giungano alla conclusione che sia loro la colpa se non hanno tutto l’amore di cui avrebbero bisogno: "Non ho valore… quindi non sono amabile… quindi nessuno mi ama davvero… quindi sono sola".

«Tratti marcati di perfezionismo, uniti a bassa autostima e a deficit nella regolazione delle emozioni espongono a un maggior rischio di sviluppare l'Anoressia Nervosa»

L'adesione agli standard di magrezza, l’estremo e rischioso tentativo di controllare la propria forma corporea attraverso le restrizioni alimentari e le condotte compensatorie possono essere visti come un modo per acquisire valore e, quindi, amabilità.

In realtà, nessuna di queste azioni produce gli effetti sperati. Anzi, esse finiscono per confermare il senso d’inadeguatezza che è basilare nell’Anoressia Nervosa. Gli standard che le pazienti anoressiche impongono a se stesse sono irrealistici e, sul lungo periodo, insostenibili, e fra l’altro l’autostima non è qualcosa che si possa migliorare in via definitiva attraverso comportamenti d’ipercontrollo. Al contrario, essi sono un'ammissione implicita d’inadeguatezza: "Devo essere per forza perfetta perché, in fondo, così come sono non va bene".

Intolleranza alle emozioni

Ciascuno di noi è diverso nella capacità di tollerare e regolare le proprie emozioni, soprattutto quelle negative. Tali differenze sono dovute anche all'intensità e alla frequenza con cui se ne fa esperienza, ma non solo. La durata e l’intensità delle emozioni dipende, in larga misura, dal modo in cui l’individuo vi risponde. Chi riesce a gestirle in modo efficace sa lasciarle "scorrere", evitando cioè, di ingaggiarvi contro azioni di lotta o di fuga. Altri, viceversa, cercano di sopprimerle o vi si soffermano, rendendole oggetto di rimuginio allo scopo di liberarsene ma, così facendo, ne allungano durata e intensità.

Spesso, coloro che soffrono di Anoressia Nervosa non possiedono una sufficiente capacità di regolare e, quindi, di tollerare le emozioni. Ciò induce queste pazienti alla messa in atto di azioni che finiscono per aggravare anche il disturbo alimentare. Dopo aver consumato un pasto e sentendo il pur normale senso di sazietà, per esempio, possono convincersi di aver mangiato troppo e di stare ingrassando, il che induce in loro ansia e senso di colpa. Se riuscissero a non agire in alcun modo su questi stati, ne rivelerebbero tutta la loro temporaneità. Invece, considerandoli veritieri, non possono ignorarli o decidono di non farlo, e finiscono così per attuare ulteriori restrizioni alimentari o comportamenti d’evitamento, come il vomito autoindotto, disfunzionali perché impediscono di alimentarsi in modo corretto e di imparare a regolare le emozioni in un modo che non preveda l’evitamento esperenziale.

Mentre una regolazione funzionale delle emozioni, con il tempo, rende quest’ultime meno intense, gestirle con condotte compensatorie abbassa la soglia di tolleranza. Anche se, con l’aggravamento dell’anoressia a queste pazienti sembra che le emozioni divengano via via sempre più intense, in realtà è la loro capacità di controllarle a essere peggiorata.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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