disturbi d'ansia e ossessivi

Tutto quello che devi sapere sul Disturbo Ossessivo Compulsivo, spiegato con 4 esempi reali

Forme gravi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo possono trasformare un’intera esistenza in un disperato, continuo tentativo di evitare emozioni sgradite.

ossessioni e compulsioni

Ti è mai capitato di compilare un documento e, poi, rileggerlo più volte per la paura di avere commesso qualche errore? E di preparare la valigia e poi disfarla, solo per assicurarti di non scordare niente?

Preoccuparsi è normale e fa parte della natura umana. Agire per rassicurarsi, anche. Chi ha il Disturbo Ossessivo Compulsivo, tuttavia, fa delle paure il centro assoluto della propria esistenza. Come si intuisce dal nome stesso, le ossessioni e le compulsioni sono i due sintomi che caratterizzano il Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Le ossessioni sono immagini o pensieri ricorrenti e persistenti. Possono riguardare l’eventualità di subire una contaminazione toccando determinati oggetti; di causare un danno a sé o ad altri per distrazione, incuria o negligenza; di perdere una persona amata; di avere impulsi inaccettabili. Per esempio violenti, come aggredire o uccidere qualcuno a causa di un raptus, o di natura sessuale, come quelli pedofilici e omosessuali.

Le ossessioni sono, per definizione, indesiderate. Chi le ha, sente l’urgenza di liberarsene cercando di non pensarci o scacciandole.

Le compulsioni sono azioni ripetitive e “ritualizzate”, condotte in sequenze prestabilite allo scopo di prevenire o neutralizzare l’ansia e lo stress indotti dalle ossessioni. Chi mette in atto compulsioni fisiche, o manifeste, si lava le mani o disinfetta e sterilizza indumenti, tocca o riordina oggetti in modo che rispettino una certa simmetria, controlla più volte di aver eseguito un determinato compito “nel modo giusto”. Esempi di compulsioni mentali, invece, sono pregare e ripetere sequenze di parole o di numeri silenziosamente.

Forme gravi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo possono trasformare un’intera esistenza in un disperato, continuo tentativo di evitare emozioni sgradite. Come è capitato alle quattro persone di cui, proseguendo nella lettura, conoscerai le vicende.

1. In guerra contro i germi

Una donna di 30 anni dopo la rottura di una lunga e travagliata relazione, è da poco tornata single. Le piace il suo nuovo lavoro anche se, per ottenerlo, da un piccolo comune di provincia ha dovuto trasferirsi in città. Ambientarsi, all’inizio, non è stato semplice, ma il quartiere in cui ha affittato casa è tranquillo e, nell’ultimo anno, ha fatto nuove amicizie. Quella vita, movimentata e stimolante, comincia a piacerle.

Il problema sono i piccioni. Che vagano, a gruppetti, in ogni strada o piazza. Che si schierano in fila sui cornicioni e sulle grondaie. E che sporcano ovunque. Non li ha mai sopportati, ma anche in passato provava quel forte disgusto? Non ricorda. Comunque, da quando lo ha notato non riesce a ignorarlo.

Trova nauseante la loro presenza e l’idea di calpestare lo stesso asfalto sul quale hanno poggiato le loro piccole zampe. Per tutto l’oro del mondo non vi camminerebbe a piedi nudi. Si chiede se è possibile che i germi di cui, di certo, sono portatori, possano raccogliersi sotto le suole delle scarpe. I germi si “attaccano”? Sarebbe disgustoso. E, forse, pericoloso. Le loro deiezioni non sono veicolo di malattie? Lo ha letto da qualche parte. Se così fosse, c’è il rischio di portarle fin dentro casa. Come ha potuto non pensarci prima? Sono mesi che calpesta i pavimenti del bagno, della camera da letto, perfino della cucina, con le scarpe con le quali è stata all’esterno. Deve smettere di farlo. Ma, prima, procurarsi un buon disinfettante. E una scarpiera da sistemare all’ingresso.

Confinare le scarpe all’entrata sembra funzionare. Non può impedire che i piccioni infestino la città e, per lei, camminare per strada è fonte di un’agitazione sempre maggiore. Ma, almeno, il suo appartamento è al sicuro. Però… Che dire della scarpiera? Deve essere ormai invasa di germi. Pensandoci, le sembra quasi di poterli vedere, impossessarsi di ogni superficie del mobile, ricoprirlo come una macchia viscida, oleosa, che si espande. Le sale una vera e propria nausea. Non resta che pulirlo a fondo. Assieme a ciò che contiene. E, d’ora in poi, riporvi le scarpe solo dopo un’accurata disinfezione.

Così, ogni sera, dopo il lavoro, sottopone a lunghi lavaggi le suole delle scarpe indossate durante il giorno. E igienizza anche tutte le superfici con cui l’acqua è entrata in contatto. E le sue mani, che hanno toccato le scarpe. E i contenitori del detersivo, che ha toccato con le mani. Può fermarsi solo quando non vi è più alcun rischio. Non saprebbe dire come fa a capirlo. Lo sente.

2. Il peso della responsabilità

Un ragazzo di 19 anni iscritto all’università da qualche mese, vive da solo in un piccolo monolocale. Una sera, parlando al telefono con la madre viene a sapere del crollo di una palazzina nella stessa città in cui vivono i genitori, la sua d’origine. L’esplosione ha fatto numerosi feriti. E c’è un morto, l’occupante dell’appartamento in cui si è verificata la fuga di gas. Sembra che l’uomo utilizzasse bombole di metano per riscaldarsi.

Quella sera, cercando di prendere sonno, gli viene da pensare che il suo piccolo appartamento da studenti, con gli impianti vecchi e, forse, non a norma, resta inaccudito la maggior parte del tempo. Lui è quasi sempre impegnato in facoltà.

Il giovane passa la notte nel dormiveglia, in preda al rimuginio. E se, in sua assenza, capitasse qualcosa? Ne sarebbe responsabile? Riecheggiano le parole della madre che, con una mal celata preoccupazione, l’ha lasciato dicendogli: “Mi raccomando, ricordati di chiudere il gas, quando vai a letto e prima di uscire. Sempre. Mi raccomando”. La mattina ha ancora davanti agli occhi i residui dell’immagine che gli ha levato il sonno. Lui che, tornando dall’università, in lontananza vede i vigili del fuoco e i soccorritori intorno alle macerie della palazzina. Il fumo che si alza dai detriti, i feriti caricati sulle ambulanze, gli operatori delle tv che filmano la scena. E tutti che si voltano per guardarlo. Perché è il colpevole dell’accaduto. E dovrà risponderne.

Dopo una colazione veloce, nonostante sia già in ritardo ispeziona la caldaia e la cucina. Fiuta l’aria alla ricerca dell’inconfondibile odore del gas; aziona più volte le manopole, controlla l’integrità del tubo di gomma dietro il piano cottura. Poi si accorge che potrebbe chiudere il rubinetto principale dell’impianto, quello vicino al contatore. Solo allora si calma davvero.

Nei giorni successivi si abitua a ripetere quella stessa azione, ogni volta, prima di uscire. E non importa se la caldaia non può funzionare e al suo ritorno l’appartamento è gelido. Almeno il problema è risolto.

Ma una notte, preoccupato per la sessione d’esami ormai alle porte, come per fargli dispetto ricompare il solito, vecchio dubbio. Il rubinetto del gas interrompe del tutto l’afflusso? Deve controllare, esserne sicuro. Ma prima è meglio procurarsi un rilevatore elettronico. Giusto per non sbagliare. Il giorno dopo si mette all’opera. L’esito è negativo. Bentornata tranquillità.

Qualche giorno dopo, però, in università, aspettando di sostenere il suo primo esame, ci ricade. E se si stesse verificando una perdita proprio mentre lui, inconsapevole, è da tutt’altra parte? Forse lui è lì, agitato per uno stupido esame e a casa sta per accadere una catastrofe. Gli sembra quasi di sentire l’odore del gas che satura i quaranta metri quadri scarsi dell’appartamento. Gli sale una fortissima ansia, la netta percezione di un disastro imminente. Il rischio di non passare l’esame, che lo aveva angosciato fino a un minuto prima, al confronto gli appare una sciocchezza. Così, inventa una scusa e si precipita fuori, sotto lo sguardo sbigottito dei compagni di corso. Deve tornare a casa. Potrebbe saltare tutto.

3. Un’ipotesi impossibile da accettare

Un adulto di mezza età guardando il telegiornale viene a sapere dell’arresto per pedofilia di un uomo, sposato con figli. Nonostante abbia già sentito notizie di quel genere, ne rimane colpito. Si è sempre chiesto come possano riuscire, persone simili, a condurre una vita all’apparenza “normale”. Cosa accade a quegli uomini? Sanno fingere alla perfezione fino a che qualcuno li smaschera o si accorgono di ciò che sono, di punto in bianco, dopo una vita passata nell’inconsapevolezza?

Si può scoprire, d’un tratto, di essere diversi da come si credeva? Non vuole nemmeno considerarla, quell’ipotesi. La pedofilia è un abominio. Ci si nasce. Ma perché ci sta pensando?

Il giorno dopo si alza da letto, fa la solita doccia, prepara una colazione abbondante, saluta la moglie. Lei è la compagna di una vita. Hanno avuto figli, insieme, e ormai da qualche anno sono nonni. Ma il loro matrimonio è in crisi e questo sì, è motivo di vera e profonda sofferenza.

Esce, diretto al lavoro. Per strada incontra un gruppetto di madri e di bambini. Il suo sguardo incrocia quello di uno di loro. E l’incubo, che aveva allontanato con una buona dormita, ricomincia. La domanda gli cade addosso come un fulmine: “Perché lo sto guardando?”. Abbassa la testa e accelera il passo. Entra in ufficio trafelato, saluta a malapena i colleghi. Appena seduto alla scrivania fa una ricerca sul web. “L’orientamento sessuale può cambiare?” Ma trova informazioni contraddittorie.

Poi arriva a quella che, in apparenza, è la soluzione logica: un pedofilo proverebbe desiderio guardando foto di bambini. Deve fare un tentativo, è l’unica strada possibile. O quel dubbio lo farà impazzire. La ricerca su Google gli restituisce centinaia, migliaia di immagini. Si mette a fissarle con la massima concentrazione, come qualcuno che cerca di risolvere un complesso problema matematico. E, intanto, tiene d’occhio le sue reazioni. Vorrebbe essere indifferente, ma non sta forse provando un po’ d’eccitazione? O è ansia? Più si concentra, meno lo capisce. Prova l’esperimento opposto. Cerca immagini di donne. Con orrore, gli sembra che il modo in cui si sente sia lo stesso. Gli viene da pensare ai nipotini. L’ansia diventa panico, per ciò che potrebbe accorgersi di provare la prossima volta che li rivedrà.

4. Una magia contro la perdita

Un adolescente di 13 anni ha paura di perdere suo padre, suo madre o il fratellino in un incidente. Oppure a causa di una malattia: teme soprattutto quelle che colpiscono all’improvviso. Sul web ha scoperto che l’infarto è un’eventualità. I genitori non sono giovani, secondo internet hanno l’età giusta. E papà è un po’ in sovrappeso, altro fattore di rischio.

In alcuni momenti l’ansia della perdita è tanto forte da spingerlo a chiedere rassicurazioni. Sa che è infantile, ma ne ha bisogno. E, comunque, le parole di mamma e papà non funzionano. Non possono prevedere il futuro e, in fondo, direbbero qualsiasi cosa per confortarlo.

A letto, spesso, è agitato e fatica a prendere sonno. Non riesce a fermare i pensieri, ha il terrore che, l’indomani, uno di loro non si risvegli. Ha due immagini spaventose. La prima è di qualcuno che lo chiama, di prima mattina, dicendogli di alzarsi, che bisogna correre in ospedale. La seconda è di un funerale sotto la pioggia.

Non sa il perché ma ha questi pensieri da quando, l’anno prima, i genitori hanno attraversato una brutta crisi matrimoniale che li ha portati sull’orlo del divorzio.

Solo contare, funziona. Un’azione meccanica che lo calma e lo distrae. Almeno può dormire. Il numero quattro gli dà conforto. Quattro come i componenti della sua famiglia. Forse è un numero magico. In effetti, lui ripete quel numero decine di volte prima di dormire e, il mattino seguente, sono ancora tutti vivi. Funziona. Quattro e i suoi multipli. L’importante è che non siano numeri dispari. I numeri dispari sono imperfetti, mancano di qualcosa. Significano “perdita”.

Ma, da un po’, il potere di quel semplice rito sembra essersi dissolto. La paura di perdere chi ama di più al mondo è tornata. Così, prova a portare la magia fuori dalla camera da letto. Per esempio, quando apre una porta, abbassa e solleva la maniglia quattro volte e, solo dopo, entra. Lo stesso fa con gli interruttori. Click, click, click, click. Perfino durante i pasti rispetta religiosamente la “regola del quattro”. Mastica il cibo quattro volte. Otto, o sedici. Deve farlo, è costretto. Altrimenti succederà il peggio.

© Gabriele Calderone, riproduzione riservata.

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