disturbi d'ansia e ossessivi

Hai un carattere ansioso? Forse è per una di queste 3 ragioni

Buona parte del tuo carattere è dovuto alle esperienze fatte, all’accudimento e all’esempio ricevuto dai genitori. Se sei un tipo ansioso, allora, è probabile che la ragione sia nel tuo passato.

cause ansia

Pensa a un buon filetto di manzo cucinato alla griglia, cotto al punto giusto e tagliato a fettine, adagiate una accanto all’altra. Alle patate arrosto di contorno, dorate, insaporite con rosmarino, timo e uno spicchio d’aglio. Al profumo che sale dal piatto e ti invade le narici.

Se questa prelibatezza è di tuo gradimento, può essere che ti sia venuta l’acquolina in bocca solo pensandoci. E, magari, un po’ di fame.

Ma più di una volta, di certo, ti sarà capitato anche il contrario, cioè di avvertire un improvviso “buco”allo stomaco e di avere esclamato: “Ho fame”. In quei casi il pensiero del cibo è stato la conseguenza, e non la causa, dello stimolo fisico.

Corpo e mente si condizionano a vicenda. Questo perché, il sistema nervoso, con le sue innumerevoli ramificazioni, si estende dalla sommità del capo alla punta dei piedi. In neurologia e in psicofisiologia sono chiamate afferenze le fibre nervose che, dalla periferia, conducono gli impulsi sensoriali ai centri superiori ed efferenze quelle che trasportano, in direzione opposta, i segnali per mezzo dei quali il cervello regola le funzioni corporee.

Ti stai chiedendo il perché di questa introduzione sul cibo in una pagina che tratta d’ansia? Ebbene, nell’ansia si verifica la stessa influenza “a due vie” fra mente e corpo. Un atteggiamento pessimista o catastrofista può provocarti sintomi somatici. La tensione fisica, a sua volta, è in grado di indurti pensieri allarmati.

influenza reciproca mente-corpo
l’influenza reciproca fra mente e corpo

Un po’ d’ansia non fa male. Anzi, ti aiuta!

Da un momento all’altro, qualcuno si farà vivo e ti avvertirà che è il tuo turno. E pensare che avevi inviato il curriculum senza molte speranze, convinto che l’email non sarebbe nemmeno stata letta.

Invece ora, con la tachicardia, le ascelle sudate e il viso accaldato ti ritrovi nell’ufficio del personale dell’azienda alla quale, qualche settimana addietro, hai chiesto un colloquio di lavoro. Stai per giocarti un’importante possibilità di carriera e sei motivatissimo a coglierla.

E se facessi la figura dell’insicuro, dell’impreparato?

Dall’istante stesso in cui ti sei seduto ad aspettare, dentro di te è cominciato un botta e risposta con un esaminatore immaginario, un dialogo mentale che non riesci a fermare. E potrebbe essere un bene. Anche se è solo nella tua testa, quel serrato scambio di battute serve a darti la carica. Così, forse, sarai più brillante davanti a chi, da lì a poco, avrà in mano il tuo destino.

Questa è la cosiddetta “ansia buona” l’insieme di reazioni psicofisiche funzionali a migliorare le performance, conosciuta fin da quando Robert M. Yerkes e John D. Dodson la studiarono empiricamente con un esperimento che è ormai un classico della psicologia. Nel lontano 1908, i due ricercatori posero un gruppo di persone di fronte a un test d’abilità mentre ne misuravano l’arousal, l’attivazione fisiologica. Quello che scoprirono è illuminante.

curva di yerkes dodson
curva di yerkes-dodson

I partecipanti con arousal medio (linea verde) ottennero risultati migliori di chi ne aveva uno modesto (linea nera) o eccessivo (linea rossa). Sembra, quindi, che vi sia una relazione non-lineare fra prestazione e attivazione fisiologica e che, entro certi limiti, quest’ultima costituisca un vantaggio.

L’ansia non è una malattia, ma un’emozione naturale

Per comprendere la funzione dell’ansia e le sue manifestazioni sintomatologiche conviene riprendere da dove siamo partiti: dal filetto di manzo alla griglia con contorno di patate arrosto.

In effetti c’è più di un’analogia fra la fame e l’ansia e, forse, parlare della prima può aiutare a far luce sulla seconda.

A cosa serve lo stimolo della fame? Naturalmente a restare in vita, motivandoti ad andare in cerca di cibo. E l’ansia? Qual è la sua funzione? La stessa: sopravvivenza. L’ansia fa sì che tu sia in grado di accorgerti dei potenziali pericoli e possa porvi rimedio.

Se ti stai chiedendo che rischio per la vita rappresenti un colloquio di lavoro, considera che siamo esseri umani e che, oltre alla paura della morte e del dolore fisico abbiamo il terrore di fallire, di essere disprezzati, rifiutati, di dimostrarci incapaci e inadeguati agli occhi altrui. L’ansia si attiva anche di fronte a tali eventualità.

Oltre a condividere la stessa funzione adattiva, fame e ansia sono, entrambe, sgradevoli e molto difficili da controllare: è un’impresa astenersi dal mangiare quando si è affamati, tanto quanto lo è affrontare le circostanze che ci inducono ansia. Forse la natura è stata poco benevola?

Pensa agli umani primitivi del Pleistocene e al mondo colmo di rischi nel quale trascorreva la loro movimentata esistenza. A quei tempi procacciare il cibo per sé e per la famiglia significava, senza mezzi termini, giocarsi la vita. Quei nostri antenati non avrebbero mai lasciato i loro ripari per avventurarsi nella foresta se non avessero avvertito il tremendo, impellente buco allo stomaco tipico del bisogno di cibo. E, allo stesso modo, non sarebbero stati abbastanza reattivi e vigili se non fossero stati accompagnati, nel loro girovagare, da un’emozione così “convincente” come l’ansia. Vedi? L’ansia, come la fame, deve essere forte e sgradevole. Altrimenti non funzionerebbe.

Infine ansia e fame sono, entrambe, reazioni incondizionate, naturali e universali. La prima dipende, oltre che da neurotrasmettitori quali la dopamina, la noradrenalina e la serotonina, anche dall’ipotalamo, una struttura filogeneticamente molto antica, localizzata fra i due emisferi, nella zona centrale e interna del cervello. La seconda, invece, dalla corteccia prefrontale mediale e dal sistema limbico, che comprende fra l’altro l’ippocampo, situato nel lobo temporale e coinvolto nella memoria, e l’amigdala, deputata all’elaborazione delle emozioni.

Tuttavia, entrambe possono essere condizionate dall’esperienza e dall’apprendimento. Anzi, è inevitabile che lo siano. Per questo, chi è abituato a mangiare troppo sente la fame più spesso di chi lo fa con moderazione. E, come si diventa voraci, si può diventare tipi ansiosi.

Ecco perché, per alcuni, l’ansia diventa invalidante. Le 3 ragioni per le quali si diventa ansiosi di carattere

Forse, se sei capitato su questa pagina è perché la tua ansia è cronica, ti sta limitando l’autonomia oppure si manifesta con una tale intensità da sembrarti incontrollabile.

Magari, per esempio, una serie di attacchi di panico ti ha indotto a tenerti lontano da certi luoghi e a non svolgere più determinate attività. Oppure la fobia del giudizio sociale ti sta impedendo di lavorare e di avere relazioni, precludendoti occasioni e gratificazioni. O, vittima dell’ipocondria, le tue giornate trascorrono nell’ossessione di ammalarti.

Come è potuto accadere tutto ciò?

C’è il fattore genetico, innanzitutto. Ogni individuo nasce con un proprio peculiare temperamento. I bambini più dipendenti, timorosi e preoccupati di fronte al distacco dai genitori e alle novità saranno, in seguito, adulti predisposti a diventare ansiosi.

Ma il temperamento innato non spiega ogni cosa. In realtà, nell’essere umano gran parte del carattere è appreso, condizionato dall’accudimento ricevuto dai genitori, dagli esempi osservati e dall’esperienza. Allora, se sei un tipo ansioso è probabile che la vera ragione sia una delle seguenti.

1 L’accudimento ricevuto quando eri bambino. Tutte le mamme e i papà educano e amano i figli con il proprio “stile”. D’altra parte i più piccoli, vulnerabili e dipendenti dalle cure parentali, hanno bisogno di un accudimento buono abbastanza da farli sentire al sicuro e protetti.

Il carattere ansioso può essere dovuto alla convinzione di non disporre di punti di riferimento dei quali potersi fidare che, a sua volta, può dipendere dall’atteggiamento ambivalente o scostante, dall’assenza fisica o emotiva, dalla negligenza dei genitori.

2 L’esempio che ti hanno dato le tue figure di riferimento. Hai notato che, spesso, genitori e figli ragionano in modo simile? Sì, il DNA è importante ma, soprattutto, è l’esempio che conta. Osservando gli adulti, il bambino si forma modelli cognitivi, emotivi e comportamentali. Si parla, infatti, di apprendimento per imitazione e di modellamento.

Tua madre o tuo padre si precipitavano dal medico per ogni minimo sintomo fisico? Facevano drammi ogni volta che tardavi a rientrare anche solo di un quarto d’ora dalle serate con gli amici? Si preoccupavano di continuo delle finanze famigliari? Allora è possibile che tu abbia “ereditato” il loro stesso modo apprensivo di ragionare.

3 Le esperienze che hai vissuto. I traumi possono modificare la funzionalità dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, determinare una marcata lateralizzazione dell’emisfero destro e l’alterazione nella produzione di taluni ormoni, per esempio il cortisolo. In individui traumatizzati, inoltre, si è osservata un’atrofia fino al 5%-12% dell’ippocampo, oltre che una maggiore attività dell’amigdala. Dati che sembrerebbero spiegare perché queste persone, spesso, manifestino deficit di memoria e siano ipervigili, ansiose.

Si definisce traumatico un evento in grado di alterare, o sovvertire, la percezione di sé e del mondo, di indurre senso di vulnerabilità. Possono esserlo, perciò, gli incidenti stradali, le aggressioni fisiche, le calamità, le violenze sessuali ma, più in generale, qualsiasi circostanza o esperienza che comunichi precarietà e mancanza di protezione. Qualche esempio? Una grave malattia in tenera età o l’ospedalizzazione prolungata; la separazione, il divorzio, l’abbandono, la morte prematura di uno o di entrambi i genitori.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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