disturbi d'ansia e ossessivi

Rabbia, paura, ansia: non sai come gestirle? Ecco un modo

Le emozioni ti inducono a compiere determinate azioni, per esempio ad aggredire, a scappare, a restare in allerta. Ma, spesso, non è saggio assecondarle.

come gestire le emozioni

Stai guidando, immerso nei pensieri, quando d’un tratto un suono acuto attira la tua attenzione. La spia della benzina, appena sotto il contachilometri, è illuminata d’arancione intenso. Sei finito in riserva.

Ritmico e ripetitivo, quel “bip” ti fa chiedere quanta strada potrai percorrere prima di restare a secco, ti mette fretta di trovare al più presto un distributore.

Anche tu sei dotato di spie simili a quelle delle auto. Sono le emozioni.

Pensa agli esseri umani che quarantamila anni fa, a piccoli gruppi, popolavano il mondo. Sopravvivere, per loro, era un’impresa quotidiana. Senza antibiotici e vaccini le malattie e le infezioni, spesso, non lasciavano scampo. Ma anche una semplice bacca velenosa o del cibo andato a male potevano essere fatali.

Per non parlare dei terribili carnivori sempre in agguato. Nei musei di storia naturale puoi ammirare i resti fossili di quei poderosi animali. Per esempio dello smilodonte, la tigre dai denti a sciabola, che superava i 400 kg di peso e i tre metri di lunghezza.

cranio di tigre dai denti a sciabola
cranio di Smilodon Fatalis con canini di 20 centimetri, ritrovato in nord america (credits: james st. john)

La parola stessa, emozione, che viene dal latino exmovere, suggerisce l’idea di movimento. Le emozioni, in effetti, proprio come “spie” hanno lo scopo di segnalarti specifici pericoli e motivarti all’azione. La rabbia, per esempio, che quando subisci un torto o un maltrattamento ti induce ad aggredire. La paura, che ti indica che sei di fronte a un pericolo e che dovresti dartela a gambe levate. Il disgusto, che ti preserva dalle intossicazioni e dall’ingestione di cibo non commestibile, per esempio stimolandoti a sputare il latte rancido che, ora lo sai, hai lasciato in frigo qualche giorno di troppo.

Tutti, fin da piccoli, impariamo a distinguere le emozioni positive da quelle negative. Ma bello e brutto, gradevole e sgradevole sono solo etichette che utilizziamo per stabilire la desiderabilità di ciò che sentiamo. Le emozioni, in sé, non sono né buone né cattive: servono alla sopravvivenza.

Sono passate decine di migliaia d’anni da quando le emozioni tenevano i nostri antenati al riparo dai pericoli. Eppure, ancora oggi, la loro funzione è la medesima. E non potrebbe essere altrimenti: le strutture cerebrali dalle quali scaturiscono sono sempre quelle.

Come cambi quando provi un’emozione…

Le emozioni ti alterano la percezione della realtà. Uno studente universitario è appena stato bocciato a un esame, nonostante mesi spesi sui libri. E, oltre al danno, la beffa: i compagni di corso insieme ai quali si è preparato sono stati promossi. Si sente giù, la tristezza gli fa vedere nero. In quel momento, gli esami superati con successo non contano. Nel suo futuro immagina solo fallimenti.

Le emozioni ti restringono l’orizzonte mentale. Stai passeggiando in un bosco quando, da un mucchietto di sterpaglie, sbuca un serpente: è velenoso? Ha cattive intenzioni? Potrebbe non essere una buona idea indugiare in riflessioni fini. Nel dubbio, meglio etichettare il serpente come “pericoloso” e allontanarsi. Le emozioni ti spingono a servirti del ragionamento binario, di tipo bianco-o-nero. Tale riduzione di complessità ha la funzione di permetterti di reagire nel minor tempo possibile.

Le emozioni ti limitano il campo d’azione. Al lavoro, stai affrontando un grattacapo ma non sei sicuro di farcela. Decidi di rivolgerti a un collega più esperto, con il quale hai confidenza. Così lo raggiungi nel suo ufficio per chiedergli aiuto. Lui, però, in modo secco e sbrigativo ti fa capire di non avere tempo da perdere. Tornato alla scrivania, inizi a provare rabbia nei suoi confronti, per come ti ha trattato. Vorresti solo tornare indietro e dirgliene quattro.

Le emozioni ti stimolano a compiere certe azioni, ma non possono costringerti a metterle in pratica. Ed è un bene, a volte è saggio non assecondarle. Annullare un colloquio di lavoro, per esempio, è utile a evitare il rischio di fare una figuraccia. Ma non a ottenere il lavoro.

Un’emozione insidiosa, l’ansia. E un modo per affrontarla

L’intensità delle tue emozioni dipende solo in parte dal temperamento con il quale sei nato: geni e biologia, nella specie umana, hanno un peso relativo.

Nell’esprimere l’ansia come qualsiasi altra emozione, sei condizionato da apprendimenti diretti. Il tuo “cervello primordiale”, composto da strutture sottocorticali come l’amigdala, per elaborare le situazioni si basa su memorie del passato. Per mezzo dell’azione chimica di ormoni e neurotrasmettitori, poi, è in grado di provocarti istantanee reazioni psicofisiche. Ecco perché, scampato a un grave incidente stradale, vai in tensione al solo pensiero di salire di nuovo su un’auto. Ma anche gli apprendimenti indiretti hanno il loro peso. Genitori apprensivi, per esempio, potrebbero averti “trasmesso” un modo ansioso di ragionare.

Conoscere il motivo per il quale provi spesso certe emozioni è senz’altro interessante. Ma inutile. Ricordare che, alle scuole elementari, quando leggevi ad alta voce eri preso in giro dai compagni non ti farà passare la paura di parlare in pubblico.

Immagina di essere genitore di un bambino di 4 anni terrorizzato dal buio. Come lo aiuteresti? Senz’altro spiegandogli che nell’oscurità non si nascondono le spaventose creature che immagina. Ma, si sa, le rassicurazioni lasciano il tempo che trovano. Confucio, antico filosofo orientale, era solito dire: “Se ascolto, dimentico. Se leggo, ricordo. Se faccio, capisco”.

Imparare e cambiare sono due processi favoriti dall’esperienza diretta. Allora, potresti motivare tuo figlio a restare a contatto con l’oggetto della sua paura così che, toccandola con mano, possa abituarvisi.

Esporti alle emozioni può aiutarti anche ora che sei adulto. Immagina di avere una figlia che da poco ha preso la patente e che, ormai, passa ogni sabato sera fuori con gli amici. Sei apprensivo: ogni volta che la vedi uscire non riesci a fare a meno di pensare al peggio. “E se restasse coinvolta in un incidente?”; “E se incontrasse persone poco raccomandabili?”. Arrivi perfino a immaginarti di rispondere al telefono, nel cuore della notte: è l’ospedale che ti dà pessime notizie. In fondo, come negare che certi fatti possano accadere?

Hai pensato a diverse soluzioni. Di chiederle di telefonarti o di mandarti messaggi durante la serata, per sapere se sta bene. Perfino di impedirle d’uscire. Ma ti accorgi che, questi, sarebbe solo palliativi. Non puoi proteggerla trattandola da bambina o segregandola.

Che fare, allora? Innanzitutto rifletti su quale sia, davvero, il problema. Sei sicuro che l’ansia sia dovuta al fatto che tua figlia è fuori casa e possa capitarle qualcosa? Sì, tendiamo a essere più apprensivi nei confronti di coloro che amiamo. Ma, fosse solo questa la ragione, la maggior parte dei genitori trascorrerebbe ogni fine settimana nel terrore.

L’ansia non è data dalla situazione in cui ti trovi. Nessun passeggero, volando in aereo, ignora il rischio di precipitare. E nessuno vuole morire. Alcuni, però, sono terrorizzati mentre altri riescono perfino a godersi il viaggio. Potrebbe sembrarti assurdo ma è perché i primi, a differenza dei secondi, non ammettono in alcun modo la possibilità di morire.

Vedendo uscire tua figlia, rifiuti anche solo di considerare l’idea che possa capitarle qualcosa, di perderla. Ti opponi, ti chiudi nei confronti di tale eventualità. Ma, al contempo, sai che non potresti impedirlo. Come se fossi su un aereo, sconvolto dal rischio di precipitare ma consapevole che, se tutto andasse storto, saresti impotente. Il “cortocircuito” creato da questo conflitto emotivo è ciò che chiamiamo ansia.

Una precisazione, prima di continuare. Accettare, essere aperti, non significa volere che una certa qual cosa accada, e nemmeno rassegnarvisi. L’accettazione è disponibilità, non desiderio. Ed è un atteggiamento attivo: accetti non se sei costretto, ma solo se davvero vuoi.

Il concetto di “apertura” continua a sembrarti vago? Mettilo in pratica. Il prossimo weekend, fai pure a tua figlia le raccomandazioni che ritieni opportune, ma lasciala andare. Non chiederle di telefonarti e, se puoi, non prendere alcun’altra precauzione tranquillizzante.

L’ansia non tarderà a farsi viva. Sei disposto a costringerla a tornare casa, pur di non passare la serata in agitazione? Vuoi continuare a vivere nel panico ogni volta che lei esce? Se la risposta a entrambe queste domande è no, prova un’alternativa. Apriti alle tue peggiori paure.

Mettiti a sedere, trova una posizione comoda. Chiudi gli occhi e concentrati: segui il flusso d’aria fresca che ti entra in bocca, scende fino ai polmoni, li riempie, risale ed esce. Nota come il torace si espande e si contrae. Pensieri e immagini cercheranno subito di ostacolarti: “Qualsiasi cosa tu stia cercando di fare, smetti! Prendi il telefono e chiamala!”.

Questa è l’ansia. Ma ciò che vorrebbe tu facessi non è una buona soluzione. Meglio, quindi, non assecondarla.

Resta concentrato sul respiro qualche manciata di secondi ancora, un minuto. Poi, sposta l’attenzione sul resto del corpo. Hai le spalle, le gambe e il collo irrigiditi? Un peso allo stomaco? Nota come la tensione si manifesta in modo tangibile. Evita, se puoi, di giudicare ciò che senti, stai lontano dagli aggettivi con i quali sei solito definirla: sgradevole, pericolosa, indesiderabile. Osserva soltanto come si esprime fisicamente. Fallo da spettatore, come fossi di fronte a un film o a un oggetto che non hai mai visto prima. Fai lo stesso, se puoi, con ogni altro contenuto che la mente ti sottopone, lasciandogli spazio, senza cercare di sopprimerlo o renderlo migliore.

Questo non ti darà la certezza che tua figlia sia al sicuro. Ma, forse, ti migliorerà la serata.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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