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Come superare la fine di una storia d’amore

Incredulità, speranza, rabbia e sconforto. Sono questi gli stati d’animo che si alternano quando finisce una relazione, un’esperienza tanto dolorosa quanto delicata da affrontare. Soprattutto se il tuo ex…

gestire la fine di una relazione amorosa

Proprio ora, mentre stai leggendo queste poche righe, centinaia di persone in tutto il mondo stanno scoprendo di piacersi e iniziano a frequentarsi. Alcune di queste nuove coppie si scioglieranno prima ancora di nascere. Tante altre, invece, si legheranno fino a formare relazioni.

Ma i rapporti duraturi, durano? Per quale motivo restare insieme è un’impresa così complicata?

Di sicuro, per resistere, una relazione richiede dedizione, la volontà di superare assieme gli ostacoli, di porre il bene e la preservazione della coppia sopra gli egoismi personali. Un impegno che non tutti riescono a onorare, dopo che si esaurisce la chimica responsabile della passione, quella che rende insonni, ossessivi e bisognosi della continua presenza dell’altro.

Le passioni sono fugaci, le rotture dolorose: allora perché una tale ostinazione a cercare relazioni?

Forse perché solo all’interno di un rapporto intimo possono trovare soddisfazione i bisogni d’affetto, di protezione, d’accudimento, d’unione, di compagnia, di sesso, che tutti abbiamo.

Consigli per risollevarsi dalla fine di una relazione. Ecco perché devi agire con accortezza, soprattutto se il tuo ex…

Ognuno affronta le perdite a modo proprio. C’è chi risponde con la rabbia e il rancore, chi si lascia subito sopraffare dallo sconforto, chi si aggrappa anima e corpo alla speranza e attende con pazienza il ravvedimento dell’ex, chi lotta per riconquistarlo. Ma la maggior parte vive, a momenti alterni, ciascuno di questi stati d’animo.

Incredulità, speranza, rabbia e disperazione. Fra poco vedremo le trappole nelle quali possono farti cadere e i consigli per evitarle. Ma prima, un’avvertenza: parte di ciò che segue potrebbe provocarti fastidio, rabbia o sembrarti irrealizzabile. Procedi comunque… Chissà, un giorno quello che stai per leggere potrebbe tornarti utile.

La negazione è la prima naturale reazione all’abbandono. Ti è appena finita una storia d’amore ed è come vivere in un brutto sogno? Forse vai ripetendoti: “Non sta succedendo davvero”; “Non riesco a credere che i suoi sentimenti siano cambiati a tal punto”; “Non è possibile che mi abbia lasciato” ed è comprensibile: come sopportare, altrimenti, l’impressione di avere perso tutto? Ma negare l’accaduto è come vivere in una realtà che esiste solo nella tua mente… se lo fai troppo a lungo non può che danneggiarti. Hai presente quelle vicende di ex, gelosi patologici, che pretendono la fedeltà dell’altro come se la relazione non si fosse mai interrotta? Ebbene, sono persone “bloccate” nella fase della negazione.

qualche consiglio Nonostante non vi frequentiate più, continui a sentire il tuo ex? Avere mantenuto i contatti con lui o lei, purtroppo, non fa di voi una coppia. Se vuoi superare la fine del rapporto, innanzi tutto prendi atto che chi ami non è più con te. Nota come non ti renda più veramente partecipe delle sue giornate, come compia scelte nelle quali non ti include. Se non lo conoscessi così bene o non lo controllassi, sapresti dove passa le sue notti?

Presto o tardi, di solito, all’incredulità si sostituisce la speranza che la rottura sia solo momentanea, un incidente di percorso: “Prova ancora qualcosa per me”. Che sia possibile mettere tutto a posto con le promesse: “Torna e vedrai, sarà tutto diverso”. Anche impegnarsi e vivere nell’attesa di chi se n’è andato è una comprensibile reazione alla fine del legame affettivo. In fondo, perché rassegnarsi se si può, almeno, provare a lottare? Magari stai cercando di farlo ingelosire con un cambio di look o vedendo altre persone. O, addirittura, lo segui per verificare chi stia frequentando.

qualche consiglio Il desiderio, si sa, fa apparire possibile l’impossibile. A maggior ragione se ogni tanto il tuo ex ti telefona per chiederti come stai, per dirti che ti vuole ancora bene e che sei importante. La speranza ti motiva ad agire, ti dà uno scopo. Però, se ciò che vuoi dipende dalla volontà altrui, dovresti usare particolare accortezza nei confronti di questa emozione, che può trattenerti nell’attesa frustrante di un futuro che non si realizzerà. Guarda alla sostanza. Lui o lei ti ha lasciato intendere che non sa quello che vuole? Ti ha espresso dubbi sulla rottura, addirittura il proposito di riprovarci? Ma cosa sta facendo, in concreto, per ricucire? Se, guardando oltre le speranze, scoprissi che non hai veri motivi per fidarti delle sue parole, dovresti smettere di alimentare la speranza che i suoi sentimenti per te possano rinascere. Per esempio, evita di controllare se lui o lei tiene d’occhio i tuoi profili social, di chiedere ai conoscenti comuni se si informa di te, di credere che dietro a quei “ti voglio bene” ci sia vera volontà.

Se i tentativi di riavere l’ex si rivelano inefficaci, alla speranza può subentrare la frustrazione e, poi, la rabbia. Con il passare dei giorni e delle settimane, non vedendo risultati perdi l’illusione che l’abbandono sia solo momentaneo. Allora cominci a immaginarti di urlargli contro sacrosante ragioni, di umiliarlo con un atteggiamento distaccato, di fargliela pagare. In questa fase, colpevolizzare chi ti ha ferito e ottenere una rivalsa potrebbero sembrarti le uniche cose che contano. Potresti ribollire di rabbia mentre sfoggi un’invidiabile freddezza oppure sfogarti, magari faccia a faccia, per telefono, sui social, accusandolo di aver tradito la tua fiducia, di averti ingannato, di essere spregevole: “Ho sprecato anni con te!”.

qualche consiglio La rabbia scaturisce dalla certezza di avere ricevuto un trattamento ingiusto. Da parte dell’ex: “Come hai potuto trattarmi così?”. O del destino: “Perché proprio a me? Non lo meritavo”. E chi ti ha lasciato potrebbe darti altre buone ragioni di risentimento, per esempio cercandoti anche dopo la rottura ma frequentando, intanto, altre persone. Se nei suoi confronti, dopo la speranza, hai cominciato a nutrire rabbia, è comprensibile. Ma, parafrasando un antico aforisma orientale: “restare arrabbiati è come stringere fra le mani un tizzone per gettarlo contro qualcun altro… Sei tu che finisci per bruciarti”. La rabbia, al massimo, è amica della vendetta, mai della felicità. Se vuoi davvero superare questo doloroso periodo, meglio cominciare a considerare l’idea di liberarsene.

Se le energie necessarie per rinfocolare la rabbia ti vengono meno, prima o poi emergono disperazione e tristezza. Inizi a sentirle quando comprendi di essere costretto, tuo malgrado, a ricostruirti una vita senza chi ti ha lasciato. In quei momenti, arrendendoti all’impossibilità di riportare indietro il tempo, ti si para davanti l’evidenza della solitudine, finisci in una palude di ricordi idealizzati e cedi allo sconforto: “Non riuscirò mai a essere felice di nuovo”; “Non saprei come fare per conoscere qualcuno. E tanto sarebbe inutile”.

qualche consiglio L’irrimediabilità della perdita può abbatterti, darti l’idea che niente di ciò che potresti fare si rivelerebbe utile. Contro ogni apparenza, questa non è la verità. Un abbandono si supera proprio agendo nonostante l’apatia, la nostalgia, il senso di vuoto. Un giorno per volta. Quanto tempo occorre? Impossibile dirlo. Dipende, in larga parte, dalle tue azioni. L’importante è sapere che elaborare una perdita non significa cancellarne il ricordo. La parola chiave non è rimozione, ma accettazione.

Qualche parola sull’arte di accettare

Non si può insegnare ad accettare, questo è vero. Ma se ne può parlare. E forse la scelta migliore è iniziare provando a ripulire questa parola dalla pessima fama che ha e, di conseguenza, dall’irritazione che tante volte provoca.

Accettare non è una tecnica, una ricetta fatta di ingredienti da amalgamare ma, piuttosto, è uno stato d’animo che sottintende un certo modo di guardare alla vita, il risultato di un percorso intrapreso “per sottrazione”. Si arriva ad accettare non tanto imparando, ma liberandosi di ciò che già si sa. Queste parole ti sembrano oscure? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Accettare non è tollerare. Tolleri il dolore che ti provocano i ferri del dentista perché confidi che, farlo, sia utile a curare il mal di denti. La tolleranza, quindi, è una sopportazione condizionata all’ottenimento di qualcosa: non dura mai troppo a lungo in assenza del “premio”. L’accettazione, invece, è incondizionata. Accetti il dolore aprendoti a questa esperienza, consapevole che è solo una fra le tante.

Accettare non è rassegnarsi. Ti rassegni sentendoti costretto a farlo, di fronte alle circostanze sui quali non puoi, o credi di non avere, controllo: per esempio alla morte di una persona amata, sapendo di trovarti di fronte a un evento irreversibile, irrimediabile, fatale. Ti rassegni, quindi, non perché vuoi, ma perché devi. L’accettazione, al contrario, è un atto volontario. Accetti se lo decidi consapevolmente.

Accettare non è desiderare. Desiderare significa volere che qualcosa accada. Speri che l’aereo sul quale ti trovi precipiti e si schianti se stai provando una sofferenza emotiva dalla quale pensi di poter essere sollevato solo morendo. Accetti, invece, che il tuo aereo possa cadere se, semplicemente, sei disponibile a tale eventualità, pur augurandoti che non si verifichi.

Accettare non è essere passivi. La passività è il comportamento di chi resta immobile anche di fronte alle circostanze sulle quali potrebbe intervenire con azioni concrete: è passivo chi, avendo perso il lavoro, non fa nulla per trovarne un altro. L’accettazione, al contrario, si applica solo laddove non sia auspicabile agire: è un’abilità adattabile.

Così, accettare che una relazione possa finire significa porsi in un atteggiamento aperto, intenzionale, disponibile, flessibile. E presuppone una consapevolezza: rifiutarsi di farlo non scongiura il pericolo che ciò avvenga, fa solo vivere in una continua paura e nella logorante attesa di quel momento.

Nell’affrontare la fine di una storia d’amore, invece, l’accettazione aiuta a liberarsi dai giudizi e dalle spiegazioni sull’accaduto che, certo, possono servire a individuare il colpevole, ma non a riportare in vita la relazione, né a ricostruirsi una vita.

3 suggerimenti sull’accettazione

Di seguito troverai alcuni spunti di riflessione per iniziare, se vorrai, il cammino verso un atteggiamento accettante.

1. Pensa alla cosa più longeva che conosci: è un fossile preistorico che hai ammirato in un museo? Oppure è il sole? O forse l’universo stesso? Fai una ricerca sui tuoi vecchi libri di scuola o su internet. Scoprirai che, per quanto antico, quell’oggetto, tanto tempo fa, non c’era. E che prima o poi non sarà più nella forma in cui, al momento, si trova. Il cambiamento e l’impermanenza riguardano tutto ciò che esiste, sono l’unico attributo stabile della realtà.

2. Alcune delle esperienze che hai vissuto, di certo, rientrano nella categoria delle ingiustizie intollerabili, di ciò che pensi non dovrebbe mai e poi mai accadere. Ma sei sicuro che ragionare per categorie ti aiuti a comprendere fino in fondo il passato o ad avere la meglio su chi ti ha fatto soffrire? E se anche fosse, questo ti farebbe davvero sentire meglio? Vuoi la ragione o la felicità? Purtroppo, spesso, non è possibile ottenere la prima senza rinunciare alla seconda. E viceversa.

3. Ti è mai capitato di sentire svanire, poco a poco, una passione? Per esempio di aver perso interesse nei confronti di un’attività che, fino a quel momento, avevi amato? Hai riflettuto sulle cause di questo disamoramento? Lo hai fatto accadere o è capitato in modo naturale? I sentimenti, spesso, non hanno una logica comprensibile. E questo vale tanto per i tuoi, quanto per quelli degli altri.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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