depressione, traumi & lutto

I pensieri e il senso d’impotenza tipici della depressione

La depressione può nascere per molte cause diverse, ma è il nostro modo di ragionare su noi stessi e sugli altri a mantenerla viva.

i pensieri delle persone depresse

Quando si parla di depressione, si intende una costellazione di sintomi cognitivi, comportamentali, emotivi e somatici che interferiscono con la motivazione ad affrontare le sfide e i compiti di ogni giorno, ma anche con la capacità di ricavare piacere dalle relazioni affettive e sociali.

La facile affaticabilità, l’irritabilità, l’umore basso, l’insonnia, la difficoltà a concentrarsi, i pensieri negativi e, nei casi estremi, la volontà di morire: sono alcuni dei sintomi che il clinico valuta per fare diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore.

Oggi i ricercatori sono orientati verso la multifattorialità nello spiegare l’insorgenza dei disturbi depressivi. Si pensa che, oltre alle cause genetiche e neurochimiche di base, un ruolo fondamentale sia giocato dalle esperienze traumatiche precoci e dall’accudimento critico e distaccato dei genitori.

In questa pagina vedremo come, questi fattori, contribuiscono a sviluppare pensieri, convinzioni e atteggiamenti responsabili del cronicizzarsi della depressione.

Le basi della depressione: il senso d’impotenza

Il concetto di “impotenza appresa” o learned helplessness, si deve a un ricercatore di nome Martin Seligman, che iniziò a studiarlo intorno al 1967. Per il suo esperimento, ormai un classico della psicologia, utilizzò 3 gruppi di cani che pose, uno per volta, in un perimetro chiuso da lui stesso ideato. Il pavimento del perimetro poteva essere elettrificato a intermittenza, con un basso voltaggio ma sufficiente perché fosse percepito. Premendo una leva le scosse potevano essere interrotte.

Il primo gruppo di cani fu lasciato nel perimetro senza ricevere alcuna scossa. Il secondo gruppo di cani riceveva scosse ma poteva interromperle premendo la leva. I cani del terzo gruppo ricevevano scosse ma, essendo la leva disattivata, non potevano evitarle: le scosse iniziavano e terminavano senza che vi potessero, quindi, esercitare alcun controllo.

Nella seconda fase dell’esperimento, i cani erano posti dentro una gabbia di cui era elettrificata solo una metà del perimetro. Si osservò che i cani del primo e del secondo gruppo imparavano in fretta a spostarsi nella metà non elettrificata, mentre quasi nessun cane del terzo gruppo agiva per evitare le scosse.

Cosa era accaduto? Seligman fece l’ipotesi più semplice. Dopo una prima esperienza in cui era stato impossibile evitare il dolore, i cani del terzo gruppo avevano erroneamente imparato, o meglio si erano abituati, al fatto che non potessero fare niente: avevano generalizzato la loro convinzione d’impotenza a tutte le situazioni. Si mostravano passivi, rassegnati e incapaci di reagire, anche quando ciò era possibile.

Seligman, nell’applicare i risultati delle proprie scoperte alla depressione umana, cercò di fornirne una spiegazione partendo dagli studi sul condizionamento operante di Burrhus Frederic Skinner. Secondo Seligman, nella depressione si “rompe” il legame tra il comportamento emesso (stimolo) e la conseguenza positiva da esso prodotta (risposta). Il comportamento, non producendo alcuna conseguenza positiva, genera la convinzione dell’impossibilità a raggiungere obiettivi per mezzo delle proprie azioni e, allo stesso tempo, il convincimento dell’esistenza di meccanismi esterni, inconoscibili e incontrollabili. In altre parole: l’apprendimento di uno stato di passività e rassegnazione come reazione a un ambiente percepito come immodificabile. Un’ottima definizione di depressione, per quanto semplice.

Parlando con chi soffre di depressione, il tema dell’impotenza ricorre molto spesso. La storia di queste persone è costellata di azioni che non hanno portato al risultato desiderato o di eventi negativi su cui non era possibile esercitare controllo.

Cosa pensa chi soffre di depressione

Il senso d’impotenza tipico della depressione favorisce lo sviluppo di uno stile cognitivo negativo e, anzi, è proprio lo stile cognitivo a rinforzare la stato depressivo o a impedire che esso si risolva. Quando si parla di “stile cognitivo” si intende, in poche parole, il nostro modo di ragionare.

Rispondere alle seguenti domande è un buon modo per capire il proprio stile cognitivo che, come le impronte digitali, è unico.

Il concetto di stile cognitivo è collegato, inoltre, a quello di stile attribuzionale. Senza accorgercene, infatti, quando cerchiamo di spiegare a noi stessi il senso di qualcosa che ci è accaduto, decidiamo: 1) il locus of control dell’evento; 2) il grado di stabilità dell’evento; 3) il grado di globalità dell’evento.

Facciamo l’esempio di uno studente universitario bocciato a un esame. La prima domanda che si farà, quasi di certo è: “Di chi è la colpa?”. Se pensa che sia del professore allora avrà assegnato un locus of control esterno, se risponderà “È mia”, il locus of control sarà interno. La seconda domanda riguarda il futuro: “Quando ridarò questo esame, sarò di nuovo bocciato?” Se la risposta è “Sono sicuro di sì”, allora avrà fornito un giudizio di stabilità, se invece pensa che ciò potrebbe anche non accadere, allora avrà dato un giudizio di instabilità. Infine, se crede che sarà bocciato anche in tutti gli altri esami, attribuisce all’evento un giudizio di globalità. Se, al contrario, pensa che il risultato negativo possa anche non ripetersi in altri casi, gli attribuisce un carattere di specificità.

Chi soffre di depressione tende ad attribuire cause interne, stabili e globali agli eventi negativi e cause esterne, instabili e specifiche a quelli positivi.

Dopo una bocciatura potrebbe pensare, quindi, di non essere abbastanza intelligente per fare l’università. La bocciatura è, quindi, imputata a sé (attribuzione interna), alla mancanza di intelligenza (attribuzione stabile) ed è presa come il segno che non riuscirà a portare a termine il percorso universitario (attribuzione globale).

Al contrario, nel caso di una promozione, potrebbe pensare che la causa sia la fortuna o la facilità dell’esame (attribuzione esterna), che la prossima volta non sarà così fortunato (attribuzione instabile) e che, comunque, una promozione non significhi che è in grado di fare l’università (attribuzione specifica).

In questo esempio risuona l’eco del senso d’impotenza studiato in laboratorio da Seligman: la convinzione di non avere la possibilità o gli strumenti per incidere sugli eventi, percepiti come incontrollabili. E non è difficile scorgevi, anche, gli errori cognitivi di cui lo psichiatra Aaron Beck, ancora nel 900, già parlava.

Cosa “sente” chi soffre di depressione

Per comprendere cosa “sente” una persona depressa occorre prima chiarire il concetto di schema. Uno schema è un insieme di esperienze, di sentimenti, di ricordi e di sensazioni somatiche riguardo un determinato tema. Lo schema d’abbandono, per esempio, comprende tutto ciò che pensiamo sull’essere abbandonati, i ricordi di quando lo siamo stati e di come ci siamo sentiti: il tutto organizzato come i “nodi” di una ragnatela. Più numerosi sono questi nodi, più lo schema sarà grande. Più è grande, maggiore sarà la probabilità che si attivi, facendoci sentire abbandonati anche quando non lo siamo.

Gli essersi umani si formano schemi su una quantità di tematiche: sull’abbandono, sulla loro inadeguatezza, sulla loro amabilità, sull’affidabilità degli altri.

Chi possiede un forte schema d’abbandono tende a sentirsi in pericolo di essere lasciato. È proprio questo schema il responsabile della paura dell’abbandono. Chi possiede un forte schema d’inadeguatezza tende a percepirsi incompetente e inferiore. È questo schema il responsabile della cattiva autostima. Chi ha un forte schema di sfiducia tende a diffidare degli altri a ad aspettarsi di essere ingannato. È questo schema il responsabile della sfiducia nelle relazioni.

Chi soffre di depressione manifesta, quasi sempre, schemi d’inadeguatezza, di deprivazione emotiva e di pessimismo. Per via del primo tende ad avere pensieri e sentimenti centrati sui propri difetti, sull’autocritica, sul rimprovero e sulla colpa. Per via del secondo sente di non ricevere le cure, l’affetto e l’amore di cui avrebbe bisogno e, per via del terzo, si aspetta sempre il peggio dal futuro.

Questi sentimenti, proprio per via di come funzionano gli schemi, sembrano essere impermeabili alla realtà. Si può continuare a sentirsi deprivati anche se si ha accanto un partner amorevole, si può sentirsi inadeguati nonostante i successi nel proprio lavoro, ci si può aspettare il peggio nonostante le disgrazie attese non si avverino mai.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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