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Perfetti non si nasce. Le cause e le conseguenze del perfezionismo

Una certa tendenza al perfezionismo è connaturata in ciascuno di noi. In alcuni, però, il perfezionismo diventa qualcosa che crea conseguenze negative sul lavoro e nelle relazioni.

cause perfezionismo

Ciascuno di noi, probabilmente, conosce almeno una persona che potrebbe definire perfezionista: un amico che si dedica incessantemente allo studio o allo sport, un collega che sembra aver fatto del lavoro la sua ragione di vita. Il perfezionismo può esprimersi praticamente in ogni ambito della vita: si può essere perfezionisti non solo a scuola o nella professione, ma anche nell’impiego del tempo libero, nella cura della salute o del proprio aspetto fisico fino ad arrivare al perfezionismo nell’etica e nel rispetto delle regole. In un’altra pagina abbiamo definito il perfezionismo come una combinazione fra attenzione eccessiva ai dettagli, ricerca continua del massimo risultato e tendenza a criticare ogni esito che non soddisfi completamente i propri standard. Gli standard della persona perfezionista, tipicamente, sono interiorizzati: sono percepiti, quindi, come giusti e funzionali all’ottenimento dei risultati e dell’approvazione, propria e altrui. Al contrario di quanto accade a chi ricerca semplicemente approvazione, molti perfezionisti agirebbero allo stesso modo anche se il loro operato non fosse sotto gli occhi di nessuno. Questo è dovuto al fatto che, probabilmente, ciò che li motiva è innanzitutto il soddisfacimento delle proprie norme di condotta e l’autogratificazione che da ciò ne consegue.

Ciascuno ottiene gratificazione dal fare bene e raggiungere buoni risultati. Allora perché solo alcuni di noi diventano perfezionisti? E perché alcuni riescono a tenere sotto controllo il loro perfezionismo mentre altri finiscono per esserne invalidati? Di seguito esamineremo le varie cause per cui il perfezionismo si sviluppa e le ragioni che a volte rendono difficile modificare questo atteggiamento.

Come nasce il perfezionismo?

Portare a termine un compito o un’azione in modo corretto e migliorare di volta in volta la propria performance è molto probabilmente un istinto congenito. Una certa tendenza al perfezionismo, quindi, potrebbe essere una conseguenza del bisogno, basilare nell’essere umano, di competenza ed autoefficacia. Esistono però, fra persone, notevoli differenze che possono essere spiegate alla luce delle esperienze maturate soprattutto in infanzia e adolescenza.

Nell’esperienza clinica si osserva che il perfezionismo può avere tre cause: 1) Può essere frutto dell’apprendimento di regole e standard rigidi; 2) Può essere una reazione alla convinzione di essere inadeguati o incompetenti; 3) Può essere una reazione alla deprivazione emotiva subita da parte di una o più figure di riferimento. Di seguito esamineremo ciascuna delle tre cause singolarmente.

1 Il perfezionismo come conseguenza di un’educazione improntata agli standard severi. Durante la crescita ciascuno sviluppa, dentro di sé, una “parte” che contiene standard morali e di comportamento, regole su se stessi, sugli altri e convinzioni su come ci si debba o non ci si debba mostrare. In psicologia questa parte è chiamata “Adulto interiorizzato” e si forma a partire, innanzitutto, dall’esempio dei genitori ma anche di altre figure di riferimento (insegnanti di scuola, allenatori di sport, ecc). Nel corso della vita, l’adulto interiorizzato concorre a guidare i nostri comportamenti e a farci sentire in colpa o inadeguati nel momento in cui non soddisfiamo tali regole. Se una o più delle nostre figure di riferimento agivano sulla base di standard alti, severi o rigidi, è possibile che il nostro adulto interiorizzato contenga quegli stessi standard. In questo caso il perfezionismo sarebbe semplicemente una riproposizione di norme apprese in ambito famigliare e potrebbe essere così riassunto: “Devo essere perfetto perché queste erano le regole dei miei genitori”.

2 Il perfezionismo come reazione al senso d’inadeguatezza. Non sempre il perfezionismo deriva dall’apprendimento di standard alti. A volte è una reazione alla percezione d’inadeguatezza ed è un modo, quindi, per porvi rimedio. I motivi per cui si apprende il senso di inadeguatezza sono numerosi: potremmo aver ricevuto un’educazione improntata alla critica, oppure una o più delle figure di riferimento possono aver esercitato su di noi un eccessivo accudimento impedendo lo sviluppo di abilità e autonomia. La percezione d’inadeguatezza, in alcuni casi, può anche dipendere da un sistematico trattamento ipercritico da parte di un insegnante in età scolare. Qualsiasi sia la ragione per cui abbiamo sviluppato la convinzione di essere inadeguati, è probabile che cercheremo di porvi rimedio. Una strategia tipica, sebbene disfunzionale, è sviluppare perfezionismo, come dire: “Se sarò perfetto non mi sentirò più inadeguato”.

3 Il perfezionismo come reazione alla deprivazione emotiva. La terza causa del perfezionismo ha a che fare con la deprivazione emotiva attuata da una o più figure di riferimento. Per “deprivazione emotiva” si intende una carenza di cure (affetto, compagnia) empatia (ascolto, comprensione, intimità) o protezione (guida, limiti e consigli autorevoli). La deprivazione emotiva genera la sensazione di non essere amato e protetto e anche a questi sentimenti, come a quello d’inadeguatezza, si può cercare di porre rimedio con il perfezionismo. In questo senso, essere perfezionisti potrebbe essere un tentativo di recuperare l’amore di chi non ce lo ha dato (“Se sarò perfetto, sarò amato”) o di ovviare a tale bisogno (“Se sarò perfetto non avrò più bisogno di nessuno”).

Vantaggi e svantaggi del perfezionismo

Il perfezionismo è un atteggiamento (quasi uno stile di vita, si potrebbe dire) fortemente egosintonico. Ciò significa che, raramente, è percepito come un problema. Probabilmente è questo il motivo principale per cui, per molti, non è semplice da abbandonare, nonostante l’ansia e lo stress che genera. Mostrarsi perfezionisti, inoltre, produce conseguenze sociali positive. Queste persone appaiono estremamente affidabili e competenti e ciò è ben visto in ambito professionale: se non è così estremo da compromettere le capacità lavorative e relazionali, infatti, il perfezionismo è un tratto apprezzato da superiori e colleghi e, spesso, elogiato. Inoltre, riuscire a soddisfare alti standard è fonte di sollievo. Qualsiasi sia la ragione che ha prodotto il perfezionismo, infatti, mantenere standard elevati tende a “silenziare”, sebbene mai troppo a lungo, i sentimenti di inadeguatezza o di deprivazione emotiva sottostanti.

«Il naturale bisogno di fare bene le cose non dovrebbe essere confuso con il perfezionismo. Quest'ultimo, infatti, è quasi sempre frutto di standard troppo severi o del senso di inadeguatezza»

Il perfezionismo, però, ha numerosi lati negativi. L’impossibilità di essere sempre perfetti, infatti, tende a innescare la sensazione di stress, d’inadeguatezza e fallimento. Se a tali sensazioni si risponde con ulteriore perfezionismo, si innesca un circolo vizioso che porta a sentirsi quasi continuamente sotto pressione, inefficaci, ossessionati dallo scorrere del tempo e dall’impossibilità di fare tutto ciò che si dovrebbe: il tempo a disposizione è sempre poco, le cose da fare sempre troppe. La combinazione fra standard alti e stress può, alla lunga, rendere difficile o impossibile portare a termine un lavoro nei tempi stabiliti, o provarne soddisfazione. Il perfezionismo, quindi, può paradossalmente peggiorare l’efficienza sul lavoro, il rapporto con il colleghi e quello con le persone care che, in alcuni casi, finiscono per diventare a loro volta bersaglio degli stessi standard severi.

© Gabriele Calderone. Riproduzione riservata

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